PERCHE’ NOI SIAMO AMORE
martedì 5 aprile 2011
“Chiamami ancora amore, chiamami sempre amore!” cantava con forza un emozionatissimo Roberto Vecchioni sul palco del teatro Ariston , che lo ha visto protagonista indiscusso dell’ultima edizione del festival di sanremo, vinto (direi più che meritatamente) dal noto cantautore, professore lombardo, di origine partenopea. Con lui trionfa anche la canzone d’autore, quella vera, dato che tale definizione, a noi tanto cara, dovrebbe distinguere un certo tipo di canzone, più riflessiva, più colta, più profonda, da canzonette e “canzonacce”, ma spesso ospita anche opere indegne di tale considerazione .
Certo che a voler azzardare un giudizio, basandosi esclusivamente sulla porzione di testo da me estratta e riportata nel primo rigo, si cadrebbe inevitabilmente in errore, collocando il brano nel reparto “melensaggine e futilità”. Per fortuna però il resto della canzone chiarisce il senso di quell’estratto, rendendolo semmai un’esplosione di energia, emozioni, sogni, speranze, memorie, perché come sappiamo, o almeno dovremmo sapere, ogni frase, ogni parola, và analizzata e valutata sempre e solo all’interno del proprio contesto comunicativo. Ma questo un poeta come Vecchioni lo sa, infatti le parole che qualcuno voleva fossero sostituite, forse per paura che in mondo visione venisse detto qualcosa di vero in modo intenso, il caro Roberto le ha lasciate là, al loro posto, insieme alle altre, perché le parole migliori per dire ciò che voleva, come voleva, erano quelle e i poeti non usano sinonimi. Il poeta scava dentro di sé, per raccogliere le parole dal profondo e poi lasciare che queste dimorino nella coscienza altrui, di chi le incontra. Vecchioni ha quindi vinto in modo poetico.
Dopo il suo successo, molti hanno espresso considerazioni di diverso genere e rilasciato commenti a volte discutibili, intravedendo in esso il segnale di qualcosa: un festival che torna a premiare i vecchi della musica italiana, l’inconsistenza dei giovani artisti, la voglia di musica poco leggera, ecc. La verità è che una competizione a cui hanno partecipato artisti diversi tra loro per età, genere musicale, immagine, dimensione concettuale, è stata vinta dal più convincente, dal migliore. Indipendentemente dall’essere un rocker o un rapper, un cantautore o un interprete, spensierato o intimista, vecchio o giovane, deve sempre e comunque vincere il migliore (anche se spesso non accade). Stavolta ha vinto uno che si chiama Vecchioni, che ha quasi settanta anni, ma che afferma di sentirsene addosso venti.
Trovo che la cosa più edificante di tutto il festival sia stato il fatto che abbia trionfato un artista che, blasone e storia a parte, si sia emozionato mentre cantava, portando ed esaltando su un palco da sempre molto importante per gli italiani, nonché molto delicato, nonostante le numerose critiche infondate da lui subite, relative alle sue performance e alle sue scelte semantiche, valori imprescindibili, e non solo per l’arte, quali passione e genuinità. E per giunta in un momento storico in cui menzogna e artificiosità paiono essersi impossessate di qualcosa di bello come la musica, la quale meriterebbe di essere vissuta nel modo più limpido e sincero.
Inoltre credo che bisognerebbe smetterla con il pensare il festival di sanremo, il festival della canzonetta sdolcinata dal ritornello scontato e dalle rime usurate. Basta.
Sanremo può e deve proporre canzoni di vario tipo, quindi anche quelle che trattano tematiche scottanti e delicate, canzoni di denuncia, poesie messe in musica, in breve canzoni che facciano riflettere e tocchino le coscienze. E questo non solo per offrire un festival più completo e interessante, ma anche e soprattutto per mostrare ai giovani telespettatori, come il successo e la popolarità possano essere benissimo il frutto di impegno, passione, sensibilità e cultura, non essendo affatto un’esclusiva della volgarità e dei reality o altre mostruosità. Anzi, è necessario far notare, proprio per fini pedagogici, come il successo raggiunto nel primo modo, quello decisamente più nobile, sia anche quello più duraturo e gratificante, contrariamente a quello effimero, spesso del tutto inspiegabile e privo di fondamenta.
Dopo Carta e Scanu ha vinto Vecchioni, prima di loro Cristicchi, ma i nomi non sono altro che dettagli, l’interessante è che chiunque salga sul palco dell’ariston non abbia il timore o la vergogna di emozionarsi ed emozionarci. Che ben vengano le stecche dovute alla commozione. Siamo esseri umani e vedere le emozioni che bucano la finzione e le maschere dello spettacolo non può che farci bene, non può che regalarci speranze.
Abbiamo il dovere di preservare le emozioni dall’eterogeneo inquinamento circostante, perché esse sono l’essenza della nostra esistenza. Perché noi siamo amore.
Auguri professore, maestro di sogni e parole. Parole d’amore.
Emanuele Gravina