L’aborto dell’eloquio Vis a Vis
giovedì 2 giugno 2011
Osserviamo, parliamo, idealizziamo, stereotipiamo, illudiamo: comunichiamo. Non è semplice linguaggio verbale, ma comprende ed eleva un mondo a se stante, fatto di un sistema ampio di segni, indispensabile perché si ricevi e sia dia un qualcosa. Facciamo ciò, attivando persino il sesto senso, richiamando alla mente immagini, percezioni, toni ed intensità di espressione, gesti. Sfruttiamo ogni mezzo lecito pur di arrivare a persuadere l’altro nella sua essenza o superficie. Oggi la comunicazione ha dei risvolti ambigui, paradossali: sono più le ore che si passano dinanzi al personal computer o i-pad che quelle in cui si parla vis a vis. È decaduta la tradizionale immagine di una famiglia intorno alla tavola che parla del più e del meno, perché è prioritario chattare con l’amico d’infanzia o il compagno di scuola, visto 10 minuti prima, è comune uso studiare, camminare, oziare con due cuffiette nelle orecchie per sentirsi appartenenti alla “generazione i-pod”. I contatti umani vengono sviliti da una tecnologia criticata, troppo! Certo i social network, i media, la televisione ci imbottiscono di un carico di immagini che divengono un “overdose informativa”, ma noi scordiamo che abbiamo consapevolezza, libertà di pensiero, di espressione, che è la nostra volontà e ragione che ci porta a scegliere tra il palcoscenico televisivo/teatrale e quello fattuale, vero, reale. Solo che a volte ce ne dimentichiamo. Indubbiamente comunicare non è semplice, scambiarsi e condividere civilmente idee, ideologie, valori comporta un intervento diretto del nostro vivere, comunicare fa vibrare le corde della nostra esistenza, ci sentiamo moralmente portati a dire la nostra. Richiamo che meglio si esprime e prende corpo se separati da uno schermo. È più facile dire chi siamo a chi non ci conosce, a chi abita km di distanza, a chi non vedremo mai in volto, a chi ci ascolta imperterrito, perché diventa tutto ludico e fiabesco. Ermetici nella vita, prolissi nella fiaba. Ci sentiamo appagati da un lato, perché abbiamo degli amici, possiamo flirtare, possiamo giocare, ma siamo coscienti comunque che manca qualcosa. È il contatto umano, è il dialogare guardandosi negli occhi, osservare l’espressione facciale, gestuale dell’interlocutore, percepire la voce, le esclamazioni, dare concretezza ed un volto ad un’idea, che deve necessariamente essere verificata nella quotidianità.

<>, diceva San Tommaso, è dunque rilevante “annusarsi”, viversi nella diversità culturale, sociale, economica, per accrescere quel bagaglio culturale e personale che fa di noi ciò che siamo e ciò che potremmo diventare, essendo si elastici mentalmente, ma non perdendo le priorità e le virtù di cui l’uomo è ampiamente costituito. Non si può accettare un rapporto interpersonale sulla base di messaggini, video chat, visite sporadiche. Spesso viene sottovalutano o non se n’è a conoscenze dell’importanza delle Posizioni del corpo. Studi condotti sull’argomento, ci dimostrano che una posizione é un’unità comunicativa che contempla più attività simultanee: ad esempio, chi parla orienta il corpo intero verso l’ascoltatore, ma mentre fa questo può anche compiere dei movimenti con le mani, con il collo, o addirittura orientare le gambe in mondo da inserire nell’interazione una terza persona. La Posizione é mantenuta finché il discorso non viene completato: infatti se chi parla viene interrotto mentre intende dire qualcosa in genere mantiene inalterata la posizione del suo corpo. La direzione dello sguardo é modificata in relazione alla struttura della conversazione: per esempio si alza brevemente lo sguardo nelle pause grammaticali o alla fine di un discorso o espressione si dà un’occhiata prolungata. Esistono anche i cosiddetti “affect-display” che sono movimenti dei muscoli facciali e corporei in associazione alle emozioni primarie (Sorpresa, Paura, Collera, Disgusto, Tristezza e Felicità). Le espressioni del viso comunicano in modo efficace ciò che la persona prova in quel momento; mentre i movimenti del corpo fanno capire quant’è l’intensità dell’emozione. Nella comunicazione infatti non è importante il messaggio in se per se, quanto il modo in cui viene trasmesso, e alla luce dei fatti, se non ci troviamo faccia a faccia, con cosa ci esprimiamo, con le smile, con i baci e abbracci glitterati, con link condivisi?!? E il nostro pensiero dov’è?!? Non serve una “second life” per essere felici, per sentirsi soddisfatti, non serve rincorrere stereotipi o amalgamarsi al gregge per sentirsi accettati, uguali ai nostri coetanei, perché le nostre particolarità ci arricchiscono, sono queste che ci fanno essere unici e inimitabili e non serve vivere la vita di qualcun altro per ritrovarsi. Rispettare e ascoltare profondamente i silenzi, come pausa temporanea che ci si ritaglia per noi stessi. Fare self-monitoring, concedersi degli spazi nostri, tangibili, in cui capire cosa perseguiamo senza scadere in trappole che spesso divengono tragedie, abbandonando o comunque adoperando i mezzi di cui disponiamo con meno leggerezza e più utilità. Giovani fiori che devono ancora sbocciare, affacciarsi dal balcone delle meraviglie, vengono spezzati disumanamente da questi orchi, che sono solo degli estranei. Si creano delle condizioni e circoli viziosi che agglomerano in sé fenomeni, paure, che rimosse, vengono portate nuovamente fuori. Sa poi dell’incredibile essere circondati da milioni di persone, aver 500 amici su fb, pagine fan, seguire il cantante del cuore e sentirsi comunque isolati, soli, perché alle relazioni prolifere se ne sostituiscono altre non verificabili. Ci ripariamo in un luogo che non ha indirizzo, che non ha tempo, per colmare quella sensazione di vuoto, di noia, di insipidità che regna in noi. È pur vero che ci sono storie di amicizia, d’amore, di affetto nate in chat, testimoniate da persone vere, che meritano del rispetto e della credibilità, ma tante sono le tragedie di ragazzine di 15-16anni coinvolte in appuntamenti sconosciuti con coetanei e con adulti, tanti i ragazzi della stessa età che si divertono a bruciare i clochard, a fare i bulli, a pestare conoscenti ed estranei, a fare violenza, arrogandosi un diritto che non esiste, ma che rende fede alla brutalità ed animalità dell’uomo-cacciatore. Questo per cosa poi?!? Per avere della notorietà, per sentirsi speciali, appagati, per noia!?! È la stupidità umana che fa dell’uomo il solo colpevole! Girando la moneta dall’altro lato, la tecnologia, se pur contraddistinta da tanti nei, ha vantaggi esclusivi, che ci fanno essere cittadini del mondo, ci fanno esplorare e condividere esperienze di vario genere con persone dell’altro continente, mettendoci in condizione di usufruire dei giusti strumenti comunicativi. Mi viene in mente la situazione di tanti parenti, familiari, amici lontani, con cui si erano persi i contatti o con cui nulla era ancora nato nonostante la familiarità, che mediante le video chat o i social network hanno la possibilità di aprire un nuovo fronte: come se magicamente aprissimo la finestra di casa e di fronte parlassimo con il vicino. L’interattività, il progresso, frutto di menti umane che hanno reso possibile ciò che prima non lo era. Davvero, impossibile is nothing! Per alcune persone però la comunicazione è talmente una condizione imprescindibile che si accontenta di pigiare per ore sulla tastiera e raccontarsi, perché non la possibilità di uscire a cena, di camminare con le amiche, di andare a ballare e di profumare di quelle abitudini che in qualche maniera ti fanno distrarre la mente, colorando o sfumando quelle scale di grigi che imbrunisce le vite di bambini, di giovanissimi, di adulti, di anziani, ridotte a stare su una sedia scomoda, pesante. O ancora c’è chi non può sfruttare i 5 sensi e vive di percezioni che noi non potremmo mai capire, neanche sforzandoci di immaginare. Provate a stare una giornata con una benda, o con dei tappi nelle orecchie, o a non parlare per ore. Ci manca l’aria. Ci manca il mondo. Allora per queste persone meravigliose il computer, la webcam, i sorrisi, gli abbracci, le carezze sono ossigeno. Il loro universo è in un monitor o in un i-pod o in un libro. Il paradosso sta qua: noi che possiamo vivere, ci rifugiamo in un’identità altra, abortendo la comunicazione vis a vis, sminuendo il linguaggio gestuale e visivo; loro, che sopravvivono come meglio possono (condizione non sufficiente!), adoperano la loro verità ed esistenza in camere virtuali, accontentandosi di amici di chat, di spazi in cui scrivere, di emozioni da immaginare, sfruttando la mera creatività!
Noemi Marinello