Le performances della Fede
giovedì 2 giugno 2011
Fede come devozione, folklore come cultura di popolo. Sono due elementi che si fondono e si confondono nei festeggiamenti che si celebrano in onore di s. Francesco da Paola. Non si tratta di una celebrazione qualsiasi di festa patronale o votiva, ma di una partecipazione viva, sentita, all’impronta di una spiritualità in genere inconsapevole, ma istintiva. La gente di Calabria infatti, considera s. Francesco il suo Santo, il santo che viene prima degli altri santi, anche se nel singolo paese ne venera un altro, celebra una festa patronale diversa, in onore di un santo diverso o della stessa Madonna. La festa di maggio a Paola, insomma, è una tappa importante nel calendario dei Calabresi e dei Paolani in particolare. Una data come Natale, come Pasqua, come Ferragosto. Un appuntamento di famiglia, di festività spirituale; una celebrazione che va oltre i limiti della ricorrenza paesana del patrono. È, infatti, un ritrovarsi di cuori e di tradizioni nel nome di un simbolo che rappresenta la giustizia e la difesa dal male e dal bisogno, all’insegna di una fede che costituisce un tramite presso Dio: Francesco da Paola. Anche se il cliché dei festeggiamenti sembra essere perennemente lo stesso (l’accensione della lampada, l’illuminazione delle strade, la banda musicale che suona in piazza di sera, le processioni, il luna park, i fuochi d’artificio, e, da qualche anno, il traghettamento del Mantello via mare da Cetraro e che giunge in piazza a bordo di una barca infiorata) c’è ogni volta qualcosa che rinnova e che emoziona, qualcosa che infervora e che travolge: è la forza del credere, è l’impulso della devozione. E pure se tutto l’anno il Santuario è meta di pellegrinaggi e di visite, in questi giorni di maggio Paola è incontenibile per la folla oceanica che la occupa e vi circola, per la giostra che creano le macchine e i motocicli che percorrono le strade. Ma questo movimento, tipico delle grandi feste religiose, trova in quella di Paola, una motivazione singolare, dal momento che i calabresi si identificano nel santo che venerano, perché santo popolare in quanto santo di popolo, dal momento che del popolo seppe assumere le difese civili rispetto al potere regio del suo tempo, qualunque ne fosse la natura, poiché resta intercessore presso Dio delle divine aspirazioni della propria gente, nel senso che è, appunto, questa gente che assomma nel di lui potere le esigenze umane e soprannaturali, e a manifestare questa fede con atti di culto che, per certi aspetti, assume le caratteristiche del folklore. Una concezione mitica del santo, in sostanza. Ma d’altra parte, per la massa popolare il santo viene prima di Cristo e della Madonna e, infine, viene Dio che concepisce come essere più lontano, mentre sente il santo umanamente più vicino. Rimane inspiegabile, d’altronde, come anche coloro che si dicono non credenti vengano affascinati e attratti da questa figura di santo. Lo stesso voto, tuttavia, diventa un moto particolare dell’anima e un comportamento, a volte, irrazionale del devoto, per il quale far voto a s. Francesco non significa impegnarsi presso Dio alla presenza o per il tramite del santo oppure impetrare la potenza o la bontà di Dio che nel santo, in qualche modo, si manifesta, ma affidare al Taumaturgo la propria promessa in cambio di una grazia, materiale e, comunque, umana nella totalità dei casi. Si pone, quindi, un problema di acculturazione teologica o di semplice catechesi, per il superamento della condizione di religiosità popolare che affonda le radici nel paganesimo. Il santo, quindi, non è visto come modello e come punto di riferimento di spiritualità e di osservanza di virtù cristiane e civili, ma come essere potente, dispensatore di grazie e di miracoli.

Una concezione, perciò, quanto mai errata e fraintesa in un secolo come il nostro e per la quale s’impone, pertanto, una revisione attraverso una maggiore e più popolare conoscenza della Regola da Lui stesso dettata e del messaggio spirituale e sociale assunto nel motto CHARITAS. Si rivelano, perciò, opportune le Missioni preparatorie che si svolgono da qualche anno nelle comunità dei paesi che dovranno offrire l’olio per la Lampada. Tutto ciò, appunto, perché Francesco da Paola non visse soltanto vita eremitica e contemplativa, ma svolse anche azione umana attraverso opere caritative e compiti di pace che, naturalmente, oggi vanno intesi in termini moderni, e in forme attuali vanno realizzati. Si tratta, in fondo, di una figura religiosa che pur rimanendo viva nella massa popolare, ha avuto ben altro ruolo nell’Europa di Luigi XI di Francia, tutto da riscoprire. Ma fede e folklore, tuttavia, sembrano mescolarsi nella festa per la spontaneità di manifestazioni genuine in cui il popolo esprime la sua devozione. Si tratta di connotazioni proprie dell’anima popolare e, perciò, autentiche, nuove, anche se hanno assunto, ormai, il carattere della tradizione. E costituiscono, per questo, la cultura del popolo. Gente che oggi arriva in macchina e in pullman a sciogliere il proprio voto al Santo, sino ad alcuni decenni or sono veniva a piedi, soprattutto dai paesi del Vallo, attraversava montagne per le mulattiere e le strade polverose e giungeva al Santuario con le gambe gonfie e i piedi sanguinanti. Venivano a gruppi intonando canti popolari che narravano la vita del Taumaturgo e nei quali i pellegrini chiedevano al santo le grazie e la protezione delle proprie terre e dal terremoto. Ma il voto di giungere a piedi da qualche anno si è ripreso. Erano gli stessi canti che poi si ripetevano dietro la processione, la quale seguiva il Busto argenteo (ora è in bronzo laccato) di s. Francesco e che la notte del 3 maggio si diffondevano all’interno dei Santuario, aperto per l’occasione anche in clausura, per alimentare una veglia fatta di nènia sonnolenta di preghiera che dava ai pellegrini l’idea di passare la notte sotto il Manto del loro Vecchio. Era una nènia fatta di sogni che vagavano nel cielo di Paola, di speranze che si accompagnavano con lo scroscio del fiume per giungere al mare ed allargare il cuore, di dolore che si stemperava nella dolcezza della notte, di patimenti fisici che si alleviavano nella preghiera, di sofferenze sociali che sembravano dissolversi nell’illusione dei domani. E poi… il ballo della tarantella dei gruppetti con alcune donne in costume tradizionale e uomini, donne e bambini in abito votivo davanti al Santuario o nell’atrio, al suono ritmato dell’organetto, accompagnato dal tamburello. Quel ballo era l’aria di festa che nella tradizione del contadino calabrese s’intreccia nelle circostanze liete di famiglia, all’aperto, sull’aia o nel consolare. E proprio nel ballo, il pellegrino di Calabria, realizza, a modo suo, il festeggiamento esteriore in onore del santo. Gente che portava nel cuore il fardello delle sue pene e sulle spalle le provviste da consumare o un figlioletto malato per il quale chiedere la grazia. Ancora oggi queste scene continuano, perché le sofferenze fisiche, morali e sociali di un popolo non s’interrompono. Il voto da sciogliere a volte è pesante, con manifestazioni d’altri tempi. Ma la fede è così forte, la devozione talmente incontrollata, da superare il rispetto umano, perché il Vecchio è là che aspetta e a cui si va come atto dovuto perché promesso nel voto irrazionale, ma si va anche per parlargli, per dirgli le cose più segrete, più intime, per confidargli i bisogni più nascosti, perché lui con il suo sguardo, sembra ascoltare tutto di tutti. Il suo è un potere accattivante per la bontà con la quale ascolta. Ma, d’altra parte, a chi potrebbe dire le cose più recondite il Calabrese di oggi come quello di secoli passati? Un viaggiatore inglese, Henry Swinburne, che nel 1777/78 visitò la Calabria, riporta ciò che vide al Santuario di Paola perché si trovò ad assistere ad una scena inconsueta e che, comunque, non si verifica più. Scrive Swinburne: “I calabresi continuano ad avere una fiducia senza limiti nella sua mediazione, ma la loro maniera di rivolgersi a lui per ottenere grazia è molto strana. Si avvicinano alla statua del santo con timore reverenziale tenendo nelle mani una cavezza di asino che ad un tratto gli lanciano sulla testa e, dopo aver fissato il nodo scorsoio con un brusco strappo, ripetono la supplica e lasciano la corda. Quando la vidi io credo che avesse sulle spalle duecento cavezze” Ancora oggi i terrazzini presso la Basilica e lungo la scalinata della Pietra del miracolo, diventano un grandioso banchetto all’aperto fatto di crocchi di persone sedute per terra per consumare polpette e patate fritte, cotolette e salame, olive e cacio pecorino con il buon vino. Certo, molte cose, rispetto al passato, sono cambiate, grazie al progresso. Non ci sono più le trattorie improvvisate e gli stessi mezzi di trasporto consentono la visita più rapida al Santuario e si evita, così, il pernottamento con estrema facilità. Ma sono potenziate, d’altra parte, le strutture ricettive e ricreative come gli alberghi, le bancarelle, il luna park, le orchestre. E non manca, naturalmente, chi approfitta dell’aspetto commerciale della manifestazione che gioca anche sul sentimento di massa. Ma quanti calabresi hanno vissuto qui il loro primo atto di fede, perché questa devozione che si tramanda da una generazione all’altra, da padre in figlio, come una trasfusione di sangue, li ha legati alla propria terra e al Santo come in un vincolo di famiglia? E quanti calabresi hanno visto qui, per veder Francesco, per la prima volta il mare! Essi venivano dalla Calabria interna montanara. Avevano visto qui per la prima volta quel mare che un giorno avrebbero dovuto attraversare in cerca di pane portando sul petto la medaglina del Santo e che egli stesso aveva attraversato sul Mantello per recarsi in Sicilia. E qui resta vivo, comunque, questo richiamo di fede che in alcuni conserva una radice primitiva e che consente un ideale ritrovarsi attorno ai Santo anche da parte di quei conterranei emigrati nel mondo.
Attilio Romano