La complessità in medicina
martedì 30 agosto 2011
“L’uomo è al tempo stesso complessità e semplicità, unità e molteplicità. Ogni individuo è una storia diversa da tutte le altre.
È un aspetto unico nell’universo”
Alexis Carrel (Premio Nobel per la Medicina, 1912) Qualsiasi approccio diagnostico e terapeutico si fonda su di una particolare concezione della salute e della malattia, delle cause e dei meccanismi implicati, anche se ciò non viene direttamente e immediatamente riconosciuto da chi opera “al letto del paziente”. Il fatto è che, oggi, la pratica della medicina è fortemente determinata da automatismi, protocolli o “linee-guida”, col coinvolgimento di molti enti (es. laboratorio, diagnostica per immagini, reparto ospedaliero, distretti, specialisti, amministratori, etc.) nella diagnosi e nella “presa in carico” del paziente. Si parla molto di “medicina individualizzata”, un concetto che però resta spesso nel vago, o viene attribuito alle promesse della biogenetica e della farmacogenomica. Di conseguenza, la conoscenza delle reali e profonde dinamiche fisiopatologiche individuali, strettamente connesse alla storia dell’individuo e al suo “modo di vivere” il disagio attuale, passa in secondo piano rispetto agli aspetti organizzativi o purtroppo addirittura a quelli burocratici, che chiedono la restrizione delle singolarità e l’adozione di categorie nosologiche-standard. Il metodo clinico tradizionale consiste, semplificando, nel binomio diagnosi-terapia. Per la diagnosi, dai segni e sintomi manifestati si risale, con procedimento induttivo e analogico, alla malattia di cui il soggetto è “portatore” o da cui è “colpito”, si assegna il “nome” alla malattia, quell’entità che rappresenta il comune denominatore di tanti soggetti che hanno segni e sintomi simili. Spesso, ma non sempre, si riesce a identificare la causa e ciò ovviamente facilita la terapia. Per quest’ultima, oggi il criterio prevalente è la cosiddetta “evidenza” (evidence-based medicine), per cui la terapia da prescrivere è quella che ha dato, statisticamente, i migliori risultati nel grande gruppo di tutti i malati con la stessa malattia. Tale procedimento, che ha radici secolari nella trasformazione della medicina in una scienza e nella nascita della metodologia clinica occidentale, è spesso utile e necessario, ma non costituisce l’unico approccio al malato, che com’è ben noto chiede di essere considerato e trattato non solo come un “caso clinico” o un “problema tecnico” ma prima di tutto come una persona che ha dei suoi problemi di salute. È ampiamente riconosciuto che la medicina moderna ha bisogno di una maggiore attenzione agli aspetti umanistici, senza trascurare quelli scientifici più avanzati. Nella medicina non sono mai state negate esplicitamente le istanze di cura olistica, i programmi di prevenzione basati sullo stile di vita, gli studi di integrazione bio-psico-sociale, la “medicina della complessità”, ma anzi oggi sono rivalutati . Certamente la maggior parte degli operatori sanitari avverte il compito di dedicarsi al paziente, considerato nella sua interezza di persona bisognosa di cure; ciò che qui si evidenza non è a livello etico o deontologico ma culturale e metodologico. Nella pratica medica di tutti i giorni, tali vedute hanno difficoltà a essere attuate, per le ragioni storiche ed epistemologiche . La malattia non è solamente “disease”, uno stato patologico oggettivabile, misurabile, classificabile, ma anche malessere, una condizione in cui la sofferenza soggettiva s’intreccia con il disordine biochimico e l’anatomia patologica, riflettendo un disagio che spesso ha origini profonde e motivazioni lontane dalla causa immediata. Di più, essa può essere il necessario passaggio verso un nuovo rapporto tra individuo e ambiente, verso un adattamento che sia anche maturazione e cambiamento in meglio, una “lezione da imparare”: “Spesso i dolori sono insegnamenti per gli uomini”, scriveva Esopo . Dal punto di vista teorico, ma anche con delle prime e rilevanti prove sperimentali, un campo di “interfaccia” tra visione umanistica e scienza contemporanea può essere identificato negli studi sui sistemi complessi, altrimenti detti sistemi dinamici, nel senso che si accentua l’aspetto della capacità di continuo cambiamento e di adattamento. Il termine complessità è molto generico e non è ancora facilmente definibile, con esso s’intende identificare quelle problematiche o quei fenomeni, emergenti in qualunque ambito scientifico, che si presentano come non riducibili, cioè non scomponibili in problemi o fenomeni più elementari e già risolti. Finora gli aspetti complessi e dinamici della fisiologia e della patologia sono stati alquanto trascurati dalla medicina accademica, che ha favorito un progresso di conoscenze di tipo analitico, settoriale, specialistico. La rivalutazione di questa multidimensionale natura della salute e della cura è, fra l’altro, uno dei motivi che giustifica il ricorso di strati sempre più ampi di popolazione alle medicine “complementari” o “non-convenzionali”, le quali per lo più (con notevoli eccezioni, perché è impossibile generalizzare) partono da una concezione diversa di patologia, legata più all’individuo, alla globalità e al “terreno” che non all’aspetto meccanicistico anatomico e molecolare. Tra le discipline che più si prestano alla revisione e all’aggiornamento dei principi fondamentali sottostanti la pratica medica, vi sono la patologia generale (studio delle cause e dei meccanismi dei principali processi patologici) e la fisiopatologia generale (là dove ci si interessa delle alterazioni funzionali di organi e sistemi). Viviamo un periodo in cui la straordinaria crescita delle conoscenze e delle comunicazioni rischia di creare dispersione di interventi e confusione terapeutica. Solo il superamento dell’approccio strettamente meccanicista e analitico, senza rinunciare alla razionalità – ma piuttosto usandola fino in fondo e senza paura di mettere in discussione i dogmi dello scientismo – può consentire di affrontare le sfide della medicina nel terzo millennio.
Dr. Luigi De Luca