CRISI ECONOMICA

giovedì 22 settembre 2011

È guerra di numeri e di cifre all’interno stesso della maggioranza di Governo, e poi tra maggioranza ed opposizione, ed infine tra Italia ed Europa, sulla manovra economica da affrontare per risanare i conti pubblici. Un problema che giorno per giorno sta assumendo contorni sempre più drammatici visto che la cifra totale della manovra è in continuo aumento. Certo è che una situazione simile la Repubblica italiana non l’aveva mai vissuta. Una crisi così forte non si spiega soltanto con la congiuntura economica sfavorevole che sta attraversando l’Europa e gli Stati Uniti. È un problema di strutture, di scelte economiche, di programmazione, di tutto ciò che riguarda la produttività dell’Italia. Se la crisi è così forte ed investe larghe fasce della popolazione italiana, se la speculazione nei confronti dei nostri mercati è così elevata e la differenza tra i ricchi e la classe media la più alta del mondo industrializzato, significa che tutto il sistema necessita di una revisione seria, e di un adeguamento immediato a standard più consoni ai tempi. La liberalizzazione delle professioni, l’abolizione degli ordini professionali, l’abolizione delle barriere d’entrata verso determinati impieghi sono un primo intervento da effettuare rapidamente, assieme ad una contrattazione rivista in modo tale da non incidere così profondamente sulla vita di una intera generazione. Si tratta di adeguare alcune specifiche al tipo di vita che si prospetta, rendendo possibile l’accesso la credito per i contratti brevi o a termine, dando quindi la possibilità a questo tipo di lavoratori entrare nel ciclo del consumo per beni immobili o a lunga durata, e movimentando in questo caso anche il mercato del lavoro relativo a questi beni. La costituzione poi di norme per la crescita e lo sviluppo sono fondamentali per stare al passo con i tempi e dare una svolta alla competitività di un paese sempre più in difficoltà sotto questo aspetto. Ma norme per crescita e sviluppo non sono avulse dagli investimenti in ricerca, ma anzi ne sono una diretta discendenza. L’Italia negli ultimi 3 anni ha drasticamente diminuito gli investimenti in ricerca e sviluppo, tarpando le ali alla propria competitività, facendosi scavalcare da realtà in rapido accrescimento economico, che invece su ricerca e sviluppo investono percentuali importanti del proprio PIL. Paesi come l’India e il Brasile sono oramai a ridosso dell’Italia, avendo un potenziale enorme dalle proprie risorse economiche interne, ma soprattutto investendo sulla modernizzazione e sulla ricerca. Così facendo sarà l’Italia a retrocedere in un mondo in cui ci sarà sempre meno spazio per l’immobilismo tecnologico. Sarebbe utile convogliare risorse e detassare utili di impresa alfine di utilizzarli esclusivamente in questo campo. Ricercare significa crescere, investire significa poi ritrovarsi un valore aggiunto nella propria economia. La lotta all’evasione fiscale è un altro tarlo importante che tarpa le ali all’economia italiana. Si pensi sono al valore annuale che incide grandemente sull’economia italiana, e che impedisce alla stessa di svilupparsi, dato che ad esempio, una buona parte di quanto ricavato da un serio controllo su tale malcostume tipicamente italiano, potrebbe essere utilizzato per pagare gli interessi sul debito pubblico. E proprio il debito pubblico è il principale ostacolo ai conti italiani, uniti all’evasione stessa. Un paese come l’Italia che ha quasi 2 milioni di miliardi di euro di debito pubblico, e che continua anno per anno a spendere più di quanto incassi, è destinato nel giro di pochissimo tempo a immobilizzare la propria economia. Gli interessi passivi su tale cifra diventano anno per anno più pesanti, utilizzando sempre maggiori risorse che potrebbero essere destinate ad altri scopi. La politica economica del Governo in questi anni di crisi ha trovato una valvola di sfogo nell’investimento pubblico e nello sforo dei parametri di Maastricht tra cui il rapporto tra deficit e Pil, cosa che se da un lato ha consentito di sopportare meglio di altri paesi l’effetto della recessione, ha però dall’altro provocato una situazione peggiore nel momento in cui necessitavano interventi per un rilancio dell’economia. Adesso la situazione dei conti è divenuta veramente pesante, tanto che gli altri partners europei stanno insistendo affinché la manovra venga approvata al più presto e con cifre sempre più importanti. La situazione è grave, necessita di interventi strutturali che non possono riassumersi nell’abolizione delle province o nell’ennesima una tantum riguardante questa volta il contributo di solidarietà, ma il tutto non può ricadere sempre come al solito sulle spalle dei soliti noti. Lavoratori dipendenti e pensionati non possono sempre da soli sopportare il peso di tutta la fiscalità. Deve essere qualcosa di più imponente e generale, che parta però proprio da quella parte di popolazione che ha qualcosa in più. Nella democrazia funzionale moderna, è perfettamente normale che chi ha di più versi di più.

Francesco D’Orazio

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