CHIEDI ALLA POLVERE
domenica 23 ottobre 2011
È il titolo del romanzo più conosciuto di John Fante, autore italo-americano, parte del ciclo autobiografico che ha come protagonista Arturo Bandini, alter ego dello scrittore stesso. Un libro da leggere, sicuramente, e un nome tanto emblematico da poter diventare proverbiale (ancor più in lingua originale per la semplice rima –“Ask the Dusk”). Se non sai più dove la giustizia stia di casa, se non sai che fine abbia fatto la civiltà, se non sai perché l’economia italiana continua a peggiorare (a questa domanda ha, in realtà, risposto il perspicace Mario Draghi negli ultimi giorni: “il futuro dei giovani è incerto” –ma dice sul serio, Sir?-), se non sai a chi chiederlo, chiedi alla polvere. “Una polvere dai cui non cresce nulla”, in cui, invano, cerca freneticamente risposta chi ancora spera di trovare qualcosa nel caos, un’idea di giustizia, di merito, ma anche, soltanto, di essere ascoltato. Il “chiedi alla polvere” è quello che rimane agli studenti del Liceo Scientifico di Paola che, dopo ancora un mese, continuano a mostrare dissenso nei confronti della nuova delibera sulla ricreazione in classe: un no irremovibile da parte del consiglio d’istituto alla socializzazione nei corridoi o nel cortile della scuola, come richiesto, invece, dai manifestanti. La scelta del gruppo docente è stata motivata, nel corso delle riunioni tenutesi anche con i rappresentanti di ogni classe nelle giornate precedenti, con una serie di ragioni spesso contraddittorie e, talvolta, discutibili. Si è ricercata la causa del provvedimento in episodi, di una certa gravità, come ammesso dagli alunni stessi, lontani un anno che, tuttavia, non risalgono ai quindici minuti di svago. Si è poi detto che in questi minuti vi era un numero elevato di infrazioni della normativa contro il fumo negli ambienti lavorativi e, sebbene sia un fatto reale, altrettanto riconosciuto dagli studenti, è lecito domandarsi come era permesso a tali soggetti di uscire dall’edificio per fumare (non sarà che qualcun altro infrangeva, al contempo, le regole? Inoltre, riguardo tali precedenti accaduti, perché non punire singolarmente chi ha compiuto misfatti? Quale idea di giustizia è punire tutti per causa di uno? Quale idea di meritocrazia?). Ancora, è stata citata la legge 626, secondo cui, ogni alunno, deve, per motivi di sicurezza, aver a disposizione 1,96 mq e i soli corridoi per piano, durante la pausa, non sarebbero sufficienti per il numero di ragazzi; ebbene, è da considerarsi spazio a disposizione anche l’aula, per cui, fatti due conti, la scuola è in regola, come lo era fin l’anno passato, per permettere la ricreazione fuori dalla classe. In aggiunta, si è comunicato che il provvedimento è necessario per la tutela di tutti; eppure, se, come sopra dimostrato, le motivazioni addotte sono confutabili, un’altra domanda sorge spontanea: ma tutelare da che? Oltretutto, proprio la legge 626, nell’articolo 5, punto 1, afferma che ciascun lavoratore deve prendersi cura della propria sicurezza e di quella delle altre persone presenti nel luogo di lavoro. E questa è una responsabilità che i manifestanti hanno deciso –si spera con una dovuta maturità trattandosi di ragazzi nell’età della quasi-coscienza- di prendersi, come scritto nel documento stilato dalla collettività in seguito a riunioni, assemblee e manifestazioni e presentato al Dirigente. Ancora, è scritto nell’articolo 99 del R.D. 965/24 che i docenti devono vigilare sugli alunni durante la ricreazione e che, tale vigilanza, deve essere inversamente proporzionale alla maturità degli stessi; pare, dunque, si sia preferito un ambiente più ristretto per assumersi, al minimo, il fardello di questa norma. Come se non bastasse, il quarto d’ora da passare fuori dalla classe rappresenta un bisogno fisiologico tra compiti di greco e fisica e latino e batteri invernali, oltre che un momento culturale e sociale molto significativo, la possibilità di scambiare opinioni e idee, non solo tra compagni della stessa classe.
Daniela Arlia