La Legge del Gotico
domenica 23 ottobre 2011
È giocoforza, se lo spettacolo in cui sei incappato ti lascia addosso un senso di turbamento, cercare di scoprirne le ragioni.
“La parola che suona”, dato alla Casa della Musica di Cosenza a fine settembre, è uno di quelli. Uno di quelli che scuotono il fondo della coscienza e riesumano paure antiche, al di là del luogo, al di là del tempo.
E così ti ritrovi all’uscita dello spettacolo – nell’autunno incipiente (seppur al di là del tempo), lungo il fiume che margina la città vecchia (seppur al di là del luogo) - a rimuginare sulle suggestioni che ti ha messo addosso. Cerchi di fare ordine, trovare il nesso tra quanto hai visto, tra quanto hai sentito e la tua storia. Quella che ha generato ciò che sei o che credi di essere. Le tue esperienze e il loro senso. Tu e il tuo senso.
Facciamo, perciò, ordine.
“La parola che suona” è una raccolta di tre melologhi musicati da Ferenc Liszt.
Il melologo è una forma espressiva che combina parole e musica.
Le parole, in questo caso, sono quelle di due ballate e una poesia: Traulige Mönch (Il monaco triste) di Nicolaus Lenau e Lenore di Gottfried August Bürger, che Liszt rivestì di musica nel 1860; Des toten Dichters Liebe (L’amore del poeta morto), poesia di Moritz Jòkai musicata dal compositore ungherese nel 1874. Tutte tradotte dal tedesco da Libero Francesco Bruno.
Interpreti della serata – il 20 settembre scorso alla Casa della Musica di Cosenza – l’attrice Maria Luisa Bigai e la pianista Ilaria Ganeri, entrambe docenti del Conservatorio di Musica Stanislao Giacomantonio, istituzione attiva nella scena culturale ben oltre i confini cittadini.
Sono proprio loro ad indicare la strada per la giusta fruizione dello spettacolo.
“Pensate quando non c’era internet e tv. Manco la radio. Pensate quando le case erano illuminate dalle luce delle candele e delle lampade a petrolio. Pensate quando in quelle case cadeva la sera e il sonno stava lontano. È lì che aveva luogo il racconto” dice Maria Luisa Bigai.
Un racconto, appunto, fatto di musica e parole, insieme.
Quelle stesse che, in sala, attrice e pianista intrecciano in un gioco delle parti senza subalternità. Dove la vena romantica si “sporca” con quella definitiva e conturbante del gotico. Dove voce e note musicali si confrontano alla pari e si combinano in equilibrio ritmico, frase per frase. Scena per scena, unendo e scomponendone i colori, saturandone i toni con quel grigiore tipico della bruma nordica. La bruma che avvolge i luoghi della narrazione.
La stessa bruma che voce e musica fanno scendere in platea col primo pezzo: il Monaco triste.
C’è una torre eretta da mille anni, abitata da uno spettro. È il fantasma di un monaco la cui angoscia non è dato sapere. Anzi! Da quell’angoscia bisogna fuggire! Perché chi incontra il suo sguardo se ne contagia e diventa vittima sacrificale di un mistero atroce che mangia l’anima e ti chiama a morte. Morte suicida, giusta espiazione per il cavaliere che ha osato affrontalo beffardo.
E’ proprio vero quello che ha detto l’attrice all’inizio: “La musica libera gli aspetti emotivi. È lisergica. La musica aiuta a individuare il modo in cui si annuncia la parola”.
Cosicché, il suono delle note e della voce dà bagliori allucinanti sullo scenario del secondo pezzo: l’amore del poeta morto.
Tutto è armonia nell’inizio: dov’è finita la nebbia? C’è un sole che bacia le rive di un lago, dove i versi dell’usignolo si intrecciano con quelli di un flauto. Lo zefiro accarezza le api felici svolazzanti intorno ai fiori… forse è primavera. Forse. E a primavera la vita nuova si prepara a manifestarsi. Il ventre della moglie del poeta racchiude il frutto del loro amore. Si abbracciano. Si baciano.
Ma ecco che si rivela quanto indicato da Ilaria Ganeri prima di cominciare: “I suoni sono suoni liberi. Armonia e spunti di melodia frammentati generano, seppur spezzandolo, l’insieme del racconto”.
E allora sulla quiete irrompe il clangore della battaglia. Alla riva lacustre si sostituisce il campo di battaglia, ai corpi abbracciati in amore quelli dei morti sfigurati nella morte. Tra questi ci sarà quello del poeta?
Sì. Il dubbio ce lo toglie il corvo interrogato dalla moglie, che gracida con la voce dell’attrice l’avvenuta dipartita.
Humor, puro umor nero l’ipocrisia del corvo che piange il morto e si prepara a leccarsi i baffi col suo cadavere, mentre divina alla donna l’impossibilità di dimenticare il consorte, se non con un nuovo matrimonio.
Corvo maledetto!… Lei si sposa, ma lo spettro del marito non accetta l’oblio. La vuole con sé insieme al figlio, nell’oltretomba.
Ogni notte la va a trovare e qui, la relazione inaspettata tra commedia napoletana e racconto gotico si fa stringente: lei non ne riconosce il teschio, e lui si giustifica dicendo pressappoco che ha pers’ ‘a capa. Nel senso che, dove sta lui, gli scheletri sono smembrati e, quando si è ricomposto in tutta fretta per andarla a trovare, tra i tanti teschi a disposizione ha preso quello di un altro.
“La lingua come sequenza dei suoni e di modalità ritmiche che si piegano in base al nostro pensiero e alle emozioni” aveva detto ancora Bigai.
E così è anche nel terzo melologo in programma: Lenore.
“Leenoooraaaa… ” chiamano insieme pianoforte e voce narranti. Insieme. Insieme alle voci del coro dei morti, corteo nuziale e funebre allo stesso tempo, che chiude il cerchio intorno alla protagonista blasfema. Lenore, a cui un Dio poco misericordioso ha strappato con la morte il suo amato. Un Dio che, bestemmiato, le manda, in contrappasso, non lui, ma il suo fantasma. Fantasma che la porta a dimorare in una tomba, e di una bara fa talamo nuziale (“sei assi e due travette”).
Amore e Morte, e morte come male. Il Male, come ci dice Ganeri, che per Liszt è entità ontologica, figura dell’ombra che nell’ombra si percepisce. Lo sa bene Lenora, che cavalcando il destriero guidato dall’anima del suo amato si sente chiedere: “Cara: hai paura dei Morti?”. E gli risponde: “I Morti? I Morti lasciamoli stare”.
Ma i Morti non lasciano stare i vivi. Non nei meandri delle nostre anime. Lì, dove il Male, quel Male, fuoriesce dall’ombra e si palesa, trascinandoci nell’abisso dove tutto si origina e dove tutto finisce. Lì, dove nel gioco del melologo, la musica è trattata “come l’impronta – dice Bigai – che ha subito il suono rispetto al ritmo e alle scansione delle parole”. Lì, dove la legge del gotico ci ricorda che tutti dovremo finire.
Pino Sassano