Intervista con Armando Caputo, presidente dell’ALA

martedì 6 dicembre 2011

Articolo_Claudio_Metallo

Ho incontrato Armando Caputo negli uffici della sua azienda agricola a Lamezia Terme, per     parlare di antiracket. Armando è il presidente dell’associazione antiracket della città (ALA). Anche lui, come altri soci che ho conosciuto, è una persona affabile che mi racconta subito di come è nato il gruppo lametino. Inizialmente, il propulsore è stato un evento tragico, l’incendio delle case e del garage della famiglia Godino. I Godino possedevano una rivendita e ricambio gomme che è stata data alle fiamme: un atto intimidatorio. Forse la cosa è sfuggita di mano anche agli stessi esecutori ed una struttura di quattro piani ha preso fuoco ed è stata distrutta. Questa famiglia lametina aveva perso tutto in poche ore. Ora i Godino hanno ripreso l’attività e ri-assunto le persone che prima lavoravano per loro. Dopo quel fattaccio partirono le prime riunioni, incoraggiate anche da non commercianti, persone della così detta società civile. Man mano che il gruppo si allargava, sono partiti i primi atti di ribellione agli estortori ed anche i primi arresti. Si cominciava a minare un meccanismo complesso e difficile da smantellare perché dotato di radici profonde: il primo codice scritto della ‘ndrangheta fu ritrovato a Nicasto nel 1888. Con il passare del tempo e con un’accresciuta fiducia, l’ALA passa dal doversi riunire in segreto ad essere un punto di riferimento per l’antimafia cittadina. In alcune occasioni più critiche (come l’inizio del percorso che porterà alla denuncia di uno o più estortori, da parte di un commerciante) ci si riuniva all’insaputa di alcuni soci, per evitare problemi. Armando, mi racconta che purtroppo hanno dovuto chiudere le iscrizioni, perché bisogna essere molto scrupolosi rispetto ai nuovi arrivati: se un iscritto venisse scoperto a commettere un illecito qualsiasi ed, a maggior ragione, legato ad un’attività mafiosa, sarebbe la fine dell’antiracket. Questo tipo di associazioni sono un punto d’appoggio per chi vuole uscire dal giogo del pizzo, pagare il pizzo è il modo per legittimare le organizzazioni mafiose sul territorio, riconoscergli un ruolo. Il controllo del territorio sta tutto nell’imposizione del pizzo che può essere una dazione di denaro come di materiali o vestiti ed altro:”Senza il pizzo non esisterebbe la ‘ndragheta. Perché perderebbe la sua riconoscibilità.” dice Armando, continua dicendomi che purtroppo ci sono imprenditori che fanno affari con gli ‘ndranghetisti: “Non so dove li porterà, ma molti hanno una convenienza a stare da quella parte.”. Le convenienze, possono essere tante ad un primo sguardo: ad esempio il poter tralasciare la sicurezza sul lavoro, senza avere problemi con i propri operai o commessi. Se lo fanno le grandi aziende sulla Salerno-Reggio Calabria, figuriamoci le piccole imprese, con una decina di lavoranti. Questa è un’altra questione che mi colpisce profondamente: imprenditori come Armando o altri legati all’antiracket che ho conosciuto puntano molto sul lavoro: sul proprio e su quello dei loro dipendenti. Le persone che ho incontrato nei negozi, nei magazzini sono tutti messi a posto, come si dice da noi, lavorano in regola con contratti e contributi ed in piena sicurezza. In un Sud che è ancora costretto a vedere cinque donne morte ammazzate di lavoro a Barletta, senza che un’amministrazione comunale abbia lo scatto di dignità di dimettersi per la poca importanza che è stata data a questo caso emblematico del problema lavoro, questi sembrano atti rivoluzionari.

 

Claudio Metallo

 

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