L’Amore per il Mare

martedì 6 dicembre 2011

Non so a quanti di voi sia capitato, ma a me succede spesso di pensare a come sia nato questo amore, oserei dire sviscerato, che provo nei confronti del mare. Gli psicologi attribuiscono tutto ciò alla spinta che, dal proprio inconscio, porta ad assimilare l’acqua di mare al liquido amniotico, nel quale abbiamo vissuto nei primi mesi della nostra esistenza. Indubbiamente, sebbene una relazione tra grembo materno e mare debba pur esserci, se questa fosse l’unica causa d’attrazione, l’intera specie umana sarebbe inesorabilmente attirata dall’ambiente marino, tanto da non riuscire proprio a staccarsene. In realtà le cose non stanno proprio in questo modo! Sono molte, infatti, le persone che non hanno alcun feeling con l’elemento liquido e/o, addirittura, hanno con esso un rapporto “conflittuale”. Ed allora, mi sono chiesto: “deve pur esserci un qualcosa, una sorta di molla, che influenzi così tanto una buona fetta di persone, le quali sono così attratte dal “sesto continente” da essere addirittura spinte ad andare anche ad esplorarlo?” La risposta non è semplice, ma provo ad analizzare quello che è successo a me stesso. Essendo nato in una località di mare, dove peraltro ancora vivo, il legame con l’elemento liquido è stato sempre piuttosto intenso. Ricordo, infatti, che da bambino, quando ero un po’ giù di morale o quando i miei genitori mi rimproveravano per qualche marachella, ero solito andare sulla spiaggia e percorrere chilometri e chilometri da solo sulla battigia, per allontanare quello stato di angoscia che mi attanagliava. Alla fine di queste mie passeggiate, riuscivo sempre a ritrovare la mia serenità. Un legame, quindi, che poi è andato via via crescendo con l’avanzare dell’età. Dall’amore per il mare visto dalla sua immagine di superficie, al desiderio di andarne ad esplorare le sue profondità, il passo è stato breve. Un peso piuttosto importante in questa sorta di mia evoluzione di uomo di mare a uomo subacqueo, indubbiamente, lo ha avuto la televisione. Ma, ben inteso, non quella dei giorni attuali, che sui principali canali in chiaro ormai propina programmi “spazzatura”, abilmente studiati per distogliere l’attenzione dai reali problemi che assillano la nostra società e che, purtroppo, hanno ormai condizionato in negativo la crescita dei nostri figli. Ma una televisione ancora agli albori, fatta, però, di programmi educativi che, al contrario di quanto avviene oggi, sono serviti ad aprire la mente delle generazioni di allora. Sto parlando degli anni ’60, quando, ancora bambino, sui due soli canali televisivi di “mamma Rai”, esclusivamente in bianco e nero per la limitata tecnologia di quei tempi, venivano trasmessi, tra gli altri, i documentari del comandante Cousteau e della sua equipe, dal titolo “L’uomo e il mare”. Jaques-Ives Cousteau, oltre che pioniere delle attività subacquee, temerario esploratore ed inventore di apparecchiature per l’immersione (a lui si deve il progetto del primo erogatore subacqueo, realizzato con l’ing. Cagnan; un erogatore monostadio, il “Mistral”, che diverrà negli anni un prezioso strumento che è servito all’uomo per aprire le porte del mondo sommerso), è stato con ogni probabilità il primo divulgatore delle meraviglie del mondo sommerso, con i filmati che egli stesso realizzava assieme ai suoi uomini in giro per il mondo a bordo della Caliypso. Ed è stato proprio nel pretenzioso, quanto ingenuo, tentativo di emulare le sue imprese, che è esplosa in me, in tutta la sua pienezza, questa grande passione per il mondo sommerso. Quindi, i miei primi goffi tentativi di esplorare l’ambiente sottomarino, utilizzando una sorta di maschera gran facciale (che copriva sia naso che bocca), che mi permetteva di respirare mediante un tubo posto sulla sua parte superiore. Un tubo, quest’ultimo, munito di un particolare galleggiante, che impediva l’ingresso dell’acqua quando finivo con la testa sotto il pelo dell’acqua. Una rudimentale maschera subacquea, quindi, che non consentiva neanche di effettuare la manovra di compensazione (ammesso che qualcuno la conoscesse) per l’impossibilità di raggiungere con le dita le narici. Tentativi seguiti, poi, dall’illusoria speranza di riuscire a cacciare i primi pinnuti utilizzando un’improbabile arco costruito con le stecche di un vecchio ombrello. L’acquisto, infine, del primo fucile subacqueo a mola elicoidale, e della prima muta in neoprene, costituita da 3 pezzi (calzone, giacca e cappuccio), che mi catapultarono, di diritto, nello “stravagante” quanto affascinante mondo dei pescatori subacquei; uomini duri ed impavidi, votati al rischio e allo sprezzo del pericolo. Tanta acqua è passata sotto ai ponti da quegli anni di una subacquea, ancora agli albori, destinata, tuttavia, ad evolversi con impressionante rapidità. Tanti anni durante i quali ho avuto modo di apprezzare personalmente i vantaggi dello sviluppo delle attrezzature e, soprattutto, delle sempre nuove conoscenze in campo medico e scientifico, che hanno consentito a noi tutti di capire i meccanismi che regolano il corpo umano in immersione. Quella fin qui espressa, dunque, non è stata che l’analisi di ciò che ha portato me ad innamorarmi sempre più del mare e a non riuscire a starne lontano. Che sia viverlo navigando sulla sua superficie, o ancora meglio, visitarlo nei suoi ambienti sommersi, tutto di lui mi appaga. E se la caccia non è stata che il principale pretesto che mi ha spinto a coltivare con sempre maggiore coinvolgimento la passione per l’immersione, è innegabile che ogni battuta di pesca, anche quando le prede vengono meno, continua a lasciare in me quel sentimento di profonda gratitudine per ciò che la natura riesce sempre ad offrirmi. Un sentimento, questo, che analogamente emergerà nell’animo di tutti coloro che, come me, sono in grado di apprezzare l’essenza più pura di quella sensazione di libertà che un mondo speciale, quello marino, sa regalare. E mi piace concludere queste mie considerazioni con quanto sosteneva uno dei padri della subacquea italiana, il grande Duilio Marcante: “Quelli della tribù delle rocce sono uomini di pelle scura ma chiari di cuore… vivono solitari guardando e sognando. Sanno dove trovare la felicità, ma percorrono strade lontane dal credo dell’umanità, strade percorse solo da rari viandanti.”

 

Antonio Mancuso

 

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