La logica del fallo “ad autorictatem”

martedì 20 dicembre 2011

I dibattiti televisivi di qualunque genere ci propinano spesso discussioni pseudo-intelligenti su temi pseudo-rilevanti fatti da personaggi pseudo-colti, dottori (…in?), uomini di stato, gente, insomma, che dovrebbe e potrebbe (in potenza) esercitare il proprio ruolo secondo oggettivi principi di giustizia ed etica. Sì, è vero, sono paroloni-oni-oni, e nessuno crede ormai che sul serio, in questi campi, si possa parlare attraverso uno severo criterio di oggettività. Professionisti di ogni tipo, interrogati su questioni attuali, rispondono secondo loro puri pareri. Causa di ciò è sicuramente una mancanza di ideologia alla base, perché qualunque cosa, checchè se ne dica, prima di essere fatto, realtà, deve stare nel pensiero, deve essere idea. Ebbene, l’unica idea salda che si riesce ad avere ora è l’idea di scetticismo. Si è scettici con tutti e con tutto. Attraversiamo un periodo di mancata relazione alla verità, e Robert Musil scriveva che “ciò che chiamiamo cultura non è soggetto a un criterio di verità, ma nessuna grande cultura può reggersi su una mancata relazione alla verità”. Detto in altre parole, l’unico criterio di verità è la ricerca della stessa (che poi è lo stesso fine dell’uomo), ma quando la società non prosegue più verso questa ricerca, allora per essa è la fine: non può esistere cultura. D’altronde, anche Popper spiegava che è vero solo ciò che può essere contraddetto, dunque che non esiste una certezza immutabile, ma quando non vi è neppure una certezza mutabile, come si può proseguire? È l’apatia totale. Dunque bisogna ricostruire tutto da capo, e si parte da un nuovo approccio con i grandi paroloni sopra detti che, se non altro, hanno come fondamento l’unica cosa che tutti sentono propria: la libertà. Giustizia ed etica, o meglio, etica e giustizia (per l’ordine secondo cui dovrebbero essere concepite), nascono dalla libera volontà dell’uomo, sono la consapevole scelta di scegliere -scusate il gioco di parole-, la realizzazione in atto dell’autonomia. Tuttavia, si è liberi solo quando si è liberi di decidere se essere bene o male, ovvero ciò che va contro la giustizia potrebbe essere, paradossalmente, etico. Non è così, però, per la maggior parte; la società si pone da giudice incorruttibile (nei casi che meno lo richiederebbero) verso chi ha rubato, chi ha ucciso, chi ha, generalmente, sbagliato, senza prospettare opportunità alcuna; dove per opportunità si intende il facile e il conveniente che, fuori da riformatori e carceri, si identifica con lo stesso precedente errore. Manca la capacità di creare alternative, di guidare verso una democratica giustizia chi è uscito fuori dalle righe. Così, gli istituti penitenziari rimangono pieni e la probabilità di ritornare a sbagliare molto alta. In Calabria sono oltre 1.200, con un indice di affollamento del 68,3%, le presenze in esubero. Il penitenziario con il maggior tasso di sovraffollamento si conferma Lamezia Terme (183,3%). Nelle nostre carceri si sono verificati 4 suicidi, di cui due a Castrovillari ed uno ciascuno a Catanzaro e Rossano; 18 tentati suicidi e 79 casi di autolesioni. Numeri che fanno riflettere. E con ciò non si intende giustificare o assolvere delinquenti e assasini, presentarli come eroi romantici o decadentisti della nostra epoca, semplicemente considerarli come uomini, come chi ha, molto semplicemente, esercitato la propria libertà; avere poi a che fare con valori così incommensurabili, porta, inevitabilmente, ad errori altrettanto incommensurabili, ma è necessario costruire altre occasioni piuttosto che continuare a riempire luoghi dove ciò che si insegna è spesso solo repressione.

 

Daniela Arlia

 

 

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