La lunga percorrenza

martedì 20 dicembre 2011

frangella

Quando Gianni Agnelli girava per l’Itala a bordo di una spider, la strada sulla quale sgommavano le sue Pirelli era asfaltata con un catrame chiamato “boom economico del dopoguerra”. A quell’epoca i palazzi a forma di supposta crescevano a dismisura, intere periferie si aggiungevano alla pianta urbana di ogni grande e piccola città italiana del Nord e quartieri, dal dialetto mescolato, andavano a popolare pianure e praterie disabitate nelle quali la nebbia, il freddo e le zanzare erano gli unici elementi decorativi. Erano i favolosi anni della ripresa.

Quanti meridionali, attratti da condizioni di vita più consone alle pubblicità del “Carosello”, sono partiti senza fare ritorno e lì dove sono arrivati hanno prodotto ricchezza? Tanti, troppi.

Dal dado del brodo “Maggi” al piantone dello sterzo della Fiat 500 parcheggiata sotto casa, ogni cosa che del “Made in Italy” poteva fregiarsi, era stata in qualche modo prodotta dal lavoro di una persona che aveva faticato (e non poco) ad affittarsi una casa nella città di Milano, Torino, Pavia, Bologna, Roma, etc. etc.

“Quella persona era senz’altro un mio parente” potrebbe dire un membro di ogni famiglia meridionale rimasta a casa. “Era”, perché forse oggi non è più. Perché forse oggi, quando va bene, di quel parente rimasto al nord non resta altro che qualche sprazzo da condividere a Natale o in qualche altra fantasiosa ricorrenza. Una specie di ologramma con un disturbo incorporato che sparisce proprio sul più bello. Una vita strappata ai suoi affetti più cari che ha dovuto riciclarsi in un gorgo di esperienze nel quale solo la speranza di un futuro migliore per i propri figli è stato il faro utile a non perdersi.

Di quel favoloso dopoguerra oggi raccogliamo i cocci. L’incanto si è spezzato polverizzandosi come un bicchiere di cristallo e noialtri, generazione di fenomeni, siamo lì a guardarlo attraverso gli occhi di Carlo Conti e dei suoi “Migliori Anni”. Una vergogna.

Di quel parente emigrato a nord ci resta una telefonata a Capodanno ed una fetta d’anguria condivisa per una settimana estiva nella quale anche un velo di razzismo ha animato le nostre discussioni. Di quella Fiat 500 parcheggiata sotto casa è rimasta soltanto una cambiale utile a pagare le rate della nuova Marchionne Car prodotta su disegni americani, mentre il brodo Maggi ha uno strano sapore di cucina cinese.

Ma se lì al Nord sono diventati pasciuti grazie alle “Grandi” Industrie, qui al Sud – a parte emigrare – come ci siamo garantiti il sostentamento? Un coro di risposte quasi unanime direbbe “Grazie all’assistenzialismo dello Stato, al Terziario, grazie al voto di scambio ed al disastro ecologico”.

Il tentativo dei privati, al meridione, si è concluso con castelli di sabbia e rapine legalizzate. E laddove il privato fallisce o ruba, subentra lo Stato, e se le ferrovie appartengono allo Stato, allora quest’oggi riflettere sulla soppressione dei treni a lunga percorrenza diventa fondamentale per capire dove stiamo andando.

Quando lo Stato intendeva favorire l’economia privata del Nord, per creare sviluppo e quindi ricchezza, ha fatto in modo che pagando al Sud uno stipendio mensile da Ferroviere, si gettassero le basi per costruire un trampolino utile a mandare braccia, gambe e stomaco dei nostri conterranei direttamene alle catene di montaggio di Agnelli, Pirelli, Amadori o chicchessia dei “Grandi” magnati del settentrione. E lo faceva con treni diretti Palermo-Milano-Torino-Venezia, con la “Freccia della Laguna” e quella del “Sud”. Mentre a bordo di quei treni, controllori dai baffoni siciliani e macchinisti strappati ai cannoli di Reggio, si affannavano, sudavano e si ammalavano per portare a compimento il proprio mestiere.

Di quei ferrovieri sono rimasti “piccoli” quartieri sorti intorno agli scarni centri urbani delle nostre “piccole” città meridionali. Perché grazie alle Ferrovie anche noi del Sud abbiamo assistito al popolamento delle nostre realtà territoriali più produttive, a scapito dei piccoli centri abitati dell’entroterra, borghi natii di cultura e tradizioni secolari oggi semideserti.

Illusi dalla tranquillità e dallo stipendio, noi meridionali ci siamo staccati dalla radice che ci contraddistingueva e negli anni l’abbiamo diluita in maneggiamenti folkloristici tali da far sembrare un concerto di tarantella più che altro un remake colorato dei raduni di Pontida.

In quella che credevamo Unità, ci siamo divisi, come l’acqua e l’olio quando si smette di rimestare. E se il Nord ed il Sud erano rimestati da un ente che abbiamo sempre chiamato politica economica dello Stato, va da sé capire che lo Stato ha cambiato i suoi interessi ed il modo di rimestare.

Forse il messaggio di questa “nuova” politica economica dello Stato è “potete fare da soli, restate a casa e coltivate i vostri orti”; forse lo Stato vuol farci intendere che noi del Sud possiamo “farcela da soli”; forse è tutto positivo perché adesso abbiamo “mano libera”. Macché!

Lo Stato, essendo entrato in Europa, sta mutando interessi. Ed il nuovo emigrante dovrà spostarsi da Torino a Francoforte, da Atene a Bruxelles, da Barcellona a Parigi.

Noi meridionali abitiamo la regione vasta di un territorio che comprende la Grecia e la Spagna (quando non siamo assoggettati addirittura al Nord Africa), noi meridionali siamo gli abitanti di quella macroregione destinata a morire come i piccoli centri urbani dell’entrorterra. E la soppressione dei treni a lunga percorrenza la dice lunga su questa eventualità futura. Se noi meridionali volessimo ribellarci a questo certo declino dovremmo cambiare totalmente filosofia, andando a leggere sui libri di storia quali sono stati gli errori dei sindaci che hanno permesso (negli anni del boom economico) lo spopolamento dei loro paesini, e lo stesso bisognerebbe fare sull’operato dei nostri presidenti provinciali e regionali, dei nostri eletti deputati e senatori. Se intendiamo salvarci e non rimanere con il solito pugno di mosche in mano, vigiliamo sui nostri promettenti politici sottoponendoli alla lente della Storia, e facciamogli cambiare rotta, perché altrimenti così scendiamo nel baratro di una resa perpetua.

L’anno volge al termine e la benzina costa quasi due euro, non vorrei che da Gennaio anche le nostre automobili venissero considerate a “lunga percorrenza” e ridimensionate per un consumo da potersi definire, esclusivamente, urbano.

 

Francesco Frangella

 

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