Lo scrittore Vincenzo Di Cecca anticipa su “Progetto” quella che sarà la sua prossima opera
martedì 6 dicembre 2011
Scrivere libri è per me vivere più a fondo la mia vita, moltiplicandola in tante altre microvite. In un libro si può essere se stessi ma anche altro da sè. Si può fare esperienza di diverse situazioni, di diversi stati d’animo, di differenti ricordi, di malinconie ed euforie che si alternano. Tutto ciò ci rende noi, ci specifica ma al contempo ci accomuna alle persone che ritroviamo sul nostro percorso, che incrociamo per via. “Il castello del malessere”, il mio libro d’esordio, contiene molto di me, è davvero personale perchè mi rappresenta. E’ come un gioiello al quale tengo tanto proprio perchè simboleggia il passato ma anche il presente e un barlume di futuro che mi fa sperare. I riferimenti ad opere artistiche (libri, film, canzoni) rimandano a una identità in divenire, da costruire, anche se per alcuni anni ho ritenuto che certe creazioni fossero perfette, immodificabili, insuperabili e quindi intoccabili. Adesso comincio a pensare che l’opera d’arte debba essere aperta (come sostiene Umberto Eco), polisensa, ricca di sfumature pur contenendo in nuce caratteristiche fisse. In questo senso l’influenza che hanno esercitato su di me i film di Michelangelo Antonioni, soprattutto la pellicola “Blowup” del 1966 e di Powell e Pressburger, è innegabile e stimolante insieme ai dipinti dei Preraffaelliti inglesi, in special modo Dante Gabriel Rossetti. In fondo trovo la tematica dell’incomunicabilità incredibilmente attuale proprio perchè connaturata all’essere umano che si dibatte in un contesto spesso alienato e alienante. C’è un motivo per la sofferenza umana anche se le ambiguità non mancano; forse si soffre proprio a causa di queste ambiguità. Nel mio secondo libro parlerò di un ragazzo e una ragazza che da Milano vengono a vivere a Paola e, soprattutto il personaggio femminile, risente di rappresentazioni e modelli di figure magistralmente ritratte da Antonioni.
Vincenzo Di Cecca